sito a cura di Rosa Manauzzi, scrittrice

                                   

First they ignore you,
then they laugh at you,
then they fight you,
then you win.

 

Mohandas Gandhi

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In uscita l'ultimo saggio da me curato per Edizioni Il Foglio, Palinsesti woolfiani. Con una mia prefazione! 

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Questo articolo è tratto da Tellusfolio.it

http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php&cmd=v&id=13221

Storia vera di due asini che insegnano a leggere e di due pifferai magici che vanno in giro a raccontar fiabe

di Rosa Manauzzi

 
14 Agosto 2011
 

Sembra la storia di un romanzo, invece è una meravigliosa realtà che si sviluppa su pagine di terra battuta, nelle zone più rurali della Colombia, dove un Don Chisciotte contemporaneo lotta contro lo spettro dell’ignoranza. Al posto della lancia e dello scudo si è munito di una piccola biblioteca sistemata ai lati della sella della sua asina, Alfa; in mano stringe una lunga valigia (contenente un tavolo pieghevole) su cui ha scritto a caratteri ben visibili “Biblioburro” (biblioteca-asino).

Luis Humberto Soriano Bohorquéz, noto con l’abbreviazione Luis Soriano, è un insegnante coraggioso e intraprendente. Non lo hanno fermato i ladri che, non trovandogli addosso denaro, lo hanno lasciato legato ad un albero; non lo fermano la pioggia, il caldo, le difficili traversate montane e neppure una frattura che si è procurato cadendo dalla sua cavalcatura nel 2008 lo ha fatto desistere dall’ambizioso progetto di alfabetizzare quanti più bambini e adulti possibili.

Ha 38 anni, è di una città chiamata La Gloria, che vuole ammantare di gloria vera, come sostiene in un’intervista, e opera in vari villaggi della contea di Nueva Granada. Si tratta di una zona a tratti impervia, avara e nel recente passato saccheggiata ripetutamente da trafficanti e terroristi, non delle ricchezze, che non ha, ma delle stesse vite, soprattutto giovanissime. Luis Soriano si rivolge proprio a loro, a quelle piccole vite i cui occhi hanno già visto l’indicibile, rimasti orfani, violati, con un destino incerto davanti. Nonostante ciò gli asini sono testardi, si sa, e il maestro ha fatto di questi animali la metafora della sua battaglia. Dopo qualche anno, per il trasporto dei libri ora c’è anche Beto, un altro ciuco che completa il suo alfabeto peregrino.

Appagato solo in parte dal lavoro a scuola, vedendo la difficoltà dei ragazzi sia di arrivarvi da luoghi lontani sia di studiare a casa per mancanza di libri, ha deciso che dovevano essere i libri e la scuola a raggiungerli. E così ha iniziato a percorrere 11 km per volta, per 8 ore di viaggio, due volte a settimana.

Qualcuno è venuto a conoscenza del suo impegno, la voce si è sparsa, sono arrivate le tv a curiosare (CNN, SBS, BBC e altre) e i libri hanno cominciato ad arrivare da ogni parte del mondo. La sua piccola casa è diventata una miniera di migliaia di libri poggiati ovunque. E nel caos, Luis Soriano ha trascorso ore a cercare i testi richiesti o più adatti per le lezioni, sempre attentamente preparate, un’impresa non facile senza scaffali e spazi idonei.

Dal 2000 ad oggi ha potuto realizzare un sogno, oltre quattromila bambini, e spesso anche le loro famiglie, hanno potuto ricevere un’istruzione di base. Per dare ordine ai libri, Luis e la moglie, Diana, si sono rimboccati le maniche e hanno costruito in cinque anni e con le proprie mani un edificio ampio, con zone di lettura e tante librerie, la prima (grande) biblioteca stabile della regione! Un miracolo per tutta la comunità. I testi ora arrivano in dono dalla Norvegia, da New York City e ovunque si venga a conoscenza del biblioburro.

Intervistato dai grandi network del mondo, Luis risponde con concetti chiari e decisi e si fa seguire in alcuni dei suoi viaggi: «Attraverso Biblioburro, stiamo combattendo quella che si definisce l’ignoranza contadina. In un libro possiamo incontrare città, culture, diritti, doveri. Quindi oggi quando istruiamo un bambino con l’uso della biblioteca, gli insegniamo di fatto i suoi diritti, i doveri, e l’impegno. I bambini consapevoli dei diritti, doveri e impegni, sono informati per dire No alla guerra. Stiamo strutturando i colombiani del futuro, tra quindici anni intellettuali colombiani».

Anche i bambini dicono la loro e conoscono perfettamente l’importanza di ricevere istruzione; partono dalle necessità quotidiane, come poter leggere le lettere che i genitori ricevono, e si augurano di poter continuare i gradi più alti della scuola. Luis, con la cultura, prova a cancellare i ricordi bui di tanti di loro. Ciò che manca, anche una biblioteca, dice, si può inventare e il passo alla realtà è breve quando c’è una così grande passione.

Si rende conto che la velocità della globalizzazione rischia di lasciare pericolosamente indietro popolazioni analfabete e ogni gap che viene a crearsi si trasforma, di fatto, in un luogo fisico per avventori della guerra, ogni tipo di guerra. Solo l’istruzione può salvarci, afferma.

Oggi biblioburro è una fondazione (www.fundacionbiblioburro.com) riconosciuta dal governo, ed è diventato anche il soggetto di un documentario che lo ha reso ulteriormente famoso nel mondo. Il regista colombiano Carlos Rendón Zipagauta ha vinto il secondo premio per un lungometraggio dal titolo omonimo alla 25° edizione del prestigioso Festival de Cine Latino de Chicago. Luis Soriano è stato nominato Eroe del 2010 dalla CNN.

Mentre i ragazzi nel ricco (?) Occidente si disaffezionano alla cultura, e se viene loro chiesto qual è l’ultimo libro letto non provano imbarazzo a dire “nessuno” o al massimo Tre metri sopra il cielo (spesso perché lo hanno sentito dire da altri e non perché lo abbiano realmente letto), altrove c’è chi attende con ansia l’arrivo di un asinello carico di libri o un racconta storie come la statunitense Margaret Read (un cognome che è un programma, “leggere”).

In un articolo di Tan Ee Loo (Tan Ee Loo, “Read-ing tales with passion”, August 7, 2011. Bbc.com) di pochi giorni fa, viene spiegata l’avventura di questa donna infaticabile che ha trasformato la passione per i libri e per i racconti in un lavoro vero e proprio e, arrivata a 71 anni, continua a portare un contributo importante, iniziato quarant’anni fa, trasmettendo la cultura orale tradizionale. Se Luis Soriano difende il diritto di alfabetizzazione, il lavoro di Margaret Read in MacDonald (supportato da un dottorato in Folklore) tende a valorizzare uno dei presupposti fondanti della cultura che nasce e si alimenta nell’oralità, trasmessa per secoli e ora a rischio di oblio collettivo. Nel raccontare (metodo usato anche da Luis Soriano) si crea quel contatto prezioso tra chi parla e chi ascolta, si mette in atto una elaborazione delle storie che unisce e rende partecipi. Non si tratta soltanto di trasmettere dei contenuti, comunque una tradizione preziosissima; si mette in atto una comunicazione collettiva, un’empatia socializzante che annulla con una singola azione ignoranza e solitudine. La Read ha portato le sue storie in luoghi lontani, nelle scuole e nelle biblioteche in Tailandia, Brasile, Kenya, Argentina, Filippine, Indonesia, Lussemburgo.

L’inizio di questi continui tour l’hanno vista impegnata in una biblioteca mobile delle Hawaii, dove, all’età di 27 anni, si era trasferita con il marito e dove per diversi anni ha condotto un programma di alfabetizzazione in giro per l’isola guidando con un furgone pieno di libri.

Oggi cerca di coinvolgere genitori e insegnanti, con lo scopo di riportare i racconti fiabeschi e del folklore al ruolo primario che avevano un tempo. Non ci sono tecniche particolari, dice, ognuno deve farlo con i propri mezzi. Una cosa non si deve mai dimenticare, afferma perentoria: quando racconti una storia guardi per tutto il tempo i bambini negli occhi. In questo modo li si rende davvero partecipi fino a farli sentire parte della storia. Possono indovinare dall’espressione del viso di chi narra cosa accadrà. Inoltre le storie contengono sempre valori morali che andrebbero riscoperti.

In un tempo in cui negli States si pubblicano libri di favole brevissime (un minuto al massimo!) da raccontare in fretta ai bambini nella speranza che la pillola per farli addormentare (psicofarmaco) funzioni presto, progetti come quelli della Read sono davvero ambiziosi ma non rarissimi. Esiste per esempio una buona rete di bookmobiles (biblioteche itineranti) che raggiungono le zone meno collegate e più lontane dalle biblioteche. In realtà è una rete che copre sempre più aree del pianeta e coinvolge anche istituzioni notevoli. Un esempio per tutte, la biblioteca nazionale alessandrina, in Egitto, ha diverse basi in Africa da dove partono ogni giorno furgoncini pieni di libri; dove non possono arrivare le automobili, arrivano i cammelli o le navi o le barche. Le vie del libro sono infinite!

 

 

Alcune delle interviste a Luis Soriano:

> 14 settembre 2009 – World Focus

> 26 febbraio 2010 – CNN

 

  

La vita accanto (Einaudi, 2011) di Maria Pia Veladiano, tra i cinque candidati al Premio Strega, racconta la bruttezza e l’ipocrisia della bellezza

 

La vita a volte ci passa accanto, oppure, più spesso, accanto ci passa la vita di qualcuno altro, che non notiamo. Se per caso sbirciamo con la coda dell’occhio la sua condizione di inferiorità decidiamo in modo definitivo di non vedere neppure la sua ombra. Il titolo dell’opera di Maria Pia Veladiano, afferma da principio il dramma che si dipana, se pur con stile leggero, per tutto il libro: una vita che non viene accolta.

“E’ la storia di una bambina brutta”, racconta l’autrice nelle numerose interviste di questi giorni frenetici che ci avvicinano al fotofinish del Premio Strega. E forse per questo incipit extra narrativo qualcuno ha pensato che si trattasse di una favola; così non è. Dietro l’innocente protagonista si nasconde uno spaccato torbido, svelato soltanto nei tratti fisici della sua creazione, Rebecca appunto. Una presenza che, per dirla con Umberto Eco (Storia della bruttezza, Bompiani, 2010), consente di “denunciare nel brutto il mondo che lo crea”.

Da qualche tempo saggistica e fiction stanno riportando l’attenzione sul brutto, forse perché siamo troppo ossessionati dalla maschera ipocrita della bellezza.

Rebecca è talmente brutta che i genitori e la zia si chiedono se una creatura tanto infelice possa suonare il pianoforte! E’ recente un film documentario su Michel Petrucciani (pianista non più alto di un metro e deformato dalla osteogenesi imperfetta) che ci rassicura: il talento e il genio possono albergare in ogni forma. Anche in Rebecca, come si verrà a scoprire. Tuttavia si tratta pur sempre di una “femmina” e mentre la bellezza per un uomo sarebbe sprecata perché, come diceva Karl Marx, i soldi rendono seduttore l’uomo più orribile, per una donna che cavalca il palcoscenico è necessaria. Basti pensare a Susan Boyle, la donna scozzese lanciata in tv dal programma Britain’s Got Talent. Nonostante il suo aspetto fisico tiene ora concerti in tutto il mondo e incide dischi di successo; eppure ad ogni apparizione ci si chiede se la gente si alzi in piedi per dire “poverina canta bene” oppure davvero riesce a vederne il talento vocale. Per la cronaca, nessuno ha mai messo in dubbio il talento di Michel Petrucciani e per di più si è sposato e ha avuto figli; pare che non ci siano pretendenti per Susan Boyle.

Il personaggio di La vita accanto, Rebecca, è sola con la sua imperfezione fisica. Per lei non ci sono palcoscenici pronti ad accoglierla, vive la dolorosa realtà della tara, la malattia ereditaria che arriva dal passato a stravolgere le aspettative di due genitori bellissimi. Eppure, anziché essere nascosta al mondo, potrebbe affrontarlo apertamente. Non le è concesso. Ciò che ha creato la vera bruttezza, è la mancanza di coesione, l’incapacità di stare insieme; come dice il padre fragile e impotente: “se solo fossimo insieme”; invece no, ognuno all’interno della famiglia genetica è un’anima solitaria in questa storia. Al di fuori, Rebecca dovrà crearsi una famiglia non di sangue che si rivelerà salvifica: l’amica del cuore Lucilla, la maestra Albertina, la pianista De Lellis e in parte il figlio di lei, la tutrice Maddalena saranno la nuova possibilità per liberarsi anche dalla “tara”, dal marchio del passato.

Succede spesso che le famiglie siano tarate nell’anima, però i panni sporchi si lavano in casa e al di fuori si vuole sempre far apparire la perfezione. Diceva Kafka, in una lettera alla sorella nel 1921, che il legame biologico crea “un contesto animale, un unico organismo, un unico sistema sanguigno che trasforma l’educazione dei figli in una sorta di incesto spirituale, soffocandone la libera formazione con l’egoismo oppressivo di un amore assurdo e bestiale”. E’ assurdo infatti l’amore che Rebecca riceve, una protezione che potrebbe portarla alla dissoluzione se lei non acquisisse da altri e da se stessa la forza necessaria.

Nessuno chiama la bambina per nome in casa, dovrà aspettare l’inizio della scuola elementare per sentirsi chiamare Rebecca. E’ la maestra Albertina a dare il primo nuovo soffio vitale nel pronunciarlo. Nominare significa dar vita e anche, secondo la cultura biblica, esercitare la propria responsabilità e podestà su qualcuno (per questo Adamo nominava ogni animale nella Bibbia, per questo Rebecca invece non viene chiamata). Rebecca significa “donna che piace agli uomini” in ebraico, strano scherzo del destino.

A scuola Rebecca è rifiutata quasi da tutti; solo la maestra e l’amica di banco Lucilla l’accolgono. I genitori dei bambini temono che la sua vicinanza possa rovinare gli altri e si preoccupano persino che possa deturpare le foto ricordo. I compagni di scuola, crescendo, peggiorano i loro atteggiamenti di ostilità fino all’atto finale di bullismo collettivo, terribile. L’autrice edulcora molto l’episodio, lasciando solo immaginare, senza insistere né sulla bruttezza dei compagni né su quella che potrebbe risultare la devastante e silente reazione della protagonista. Rebecca è persino accusata di aver attirato i suoi “aguzzini”, a causa della sua natura (brutto non equivale a cattivo nella filosofia occidentale?), li avrebbe provocati lei quei bravi ragazzi di famiglie benestanti. Qual è la colpa di Rebecca? Essere brutta appunto e, se vogliamo prendere in considerazione il destino e pure gli archetipi che tanto influenzano ancora il nostro modo di pensare, un’altra colpa è che non somiglia ai genitori (che sono belli). Dice Letizia Lanza, antichista veneziana, nel suo saggio illuminante Mirabile Bruttezza (Studio Editoriale Gordini, 2008) citando Aristotele: «”chi non rassomiglia ai propri genitori” paradossalmente rappresenta una sorta di “prodigio, perché la natura in questi casi si è in qualche modo fuorviata dal genere”». A questo le parole di Rebecca rispondono chiaramente: “Mio padre è bellissimo, ma non sa affrontare il mondo, come me.”

L’ambientazione è fluttuante, come le tende alle finestre mosse dal vento, come il fiume che scorre sotto, come i balconcini in pietra fragile che necessitano di continuo restauro. Non c’è l’immagine della solidità, eppure proprio in questa continua necessità di restaurare, ricreare giorno per giorno la vita, si trova la forza, almeno per chi è in grado di rinascere. Anche i profumi fluttuano nell’aria, anzi, gli odori e i miasmi arrivano con la stessa intensità. I profumi raffinati della madre e della zia di Rebecca si spargono per casa ogni volta che c’è qualche tipo di dipartita; sembrano proprio prefigurare e rievocare il mito della fenice (un simbolo importante della Passione e della Risurrezione evangelica) che prima di morire, dopo essere vissuto cinque secoli, si crea un nido che cosparge di spezie profumate e dalle ceneri del nido fa emergere una piccola copia di sé che poco dopo prenderà il volo. Proprio dal volo estremo della madre che atterra nel nido tetro del fiume sottostante, una nuova Rebecca troverà le ali per iniziare a volare.

Anche la musica ondeggia nelle stanze e arriva coi suoi tentacoli vibrazionali all’esterno, quasi fosse un elemento speciale in grado di raggiungere le corde umane al di là di ogni barricata. Rebecca se ne serve per far uscire da sé il dolore, per trovare la massima espressione delle emozioni, per toccare tutti coloro che dal vivo non si sente di poter raggiungere. E’ la signora De Lellis, pianista di successo ormai anziana, a svelare a Rebecca il passato da cui è dipesa la sua nascita. La donna recita una malattia che non esiste per difendere il figlio da una verità inconfessabile. Invece a Rebecca dice ogni cosa e questa scoprirà la verità sulla madre ottenebrata dai ricordi che non ha mai voluto prenderla in braccio, che non ha mai voluto rivolgerle una parola. Scoprirà che a volte i silenzi servono a tutelare, con dolorose rinunce.

La città di Vicenza viene definita “santa-cattolica-apostolica-pettegola città dei preti e delle monache”; di fatto ripropone un clima provinciale soffocante, come tante altre città d’Italia, da cui talvolta occorre allontanarsi per prendere ossigeno, per difendersi dalle voci, come accade a Lucilla dopo che la madre è stata arrestata per omicidio dell’ex marito. E da questo episodio, come sottolinea la maestra Albertina, si capisce che si tratta di un contesto che non aiuta le donne: “E’ sempre colpa delle donne qui!”.

Le donne hanno tanto peso in tutta la storia di Rebecca, a fronte di due personaggi maschili marginali, un padre sempre più assente fino a dileguarsi e un maestro di piano la cui figura sparisce di fronte al carisma della madre. Ecco un tema che Maria Pia Veladiano, com’è nel suo stile fin troppo garbato fa scorrere lungo il libro come un fiume sotterraneo: la donna. La donna che non trova spazio sufficiente per vivere, che non trova parole all’altezza del mondo che ha dentro, la donna che si riscatta, la donna che si finge pazza per amore. Emerge nelle sue figure tragiche una grande consapevolezza femminile. Se ci si sofferma sulla giovane età della protagonista vengono in mente le parole lapidarie di Michela Marzano, secondo la quale, una donna in Italia non necessita di un buon curriculum vitae, semmai di un bravo fotografo per un bel book e le conoscenze giuste per un casting. E rivolge due quesiti a margine di una pagina del suo brillante saggio Sii bella e stai zitta (2010, Mondadori): innanzitutto come si fa a convincere un’adolescente che la bellezza e il corpo non sono tutto? E soprattutto “quante adolescenti hanno gli strumenti critici necessari per decostruire le immagini e i discorsi che arrivano loro attraverso la televisione e la pubblicità?”

Il finale de La vita accanto non ci dice se Rebecca sarà felice, però ci pone di fronte a una ragazza per nulla intimorita del futuro.

Ci rimane un’ultima curiosità: perché su 63 edizioni soltanto 9 donne hanno vinto il Premio Strega?

  

Rosa Manauzzi

 

Questo articolo è stato pubblicato su BookAvenue.it

A proposito di STREGA

Mariapia Veladiano, (La vita accanto, ed. Einaudi) incontrerà i suoi lettori mercoledì 6 luglio alle 20.30, presso il Centro sociale di via A. Moro a Pontinia.

L’incontro voluto e organizzato dalla collaborazione tra la “Libreria l’isola che non c’è” e la “Cooperativa Sociale Extrascuola 90” nell’ambito del progetto “ Liber….Amente” incontri di lettura,

Sarà presentato da: Cristina Battisti (della Coop. Soc. Extrascuola 90) che farà una lettura di alcune parti del libro, da Maria Di Girolamo (titolare della Libreria l’isola che non c’è) che presenterà al pubblico l’autrice, e dalla prof. Rosa Manauzzi in qualità di critico letterario.

L’autrice Mariapia Veladiano con il suo libro “La vita accanto” è, a pieno titolo, nella cinquina del Premio Strega che il 7 luglio decreterà il vincitore 2011..

“La vita accanto” ha già vinto il Premio Calvino 2010 con la seguente motivazione: …”è un bel romanzo “di provincia”, cupo e inquietante, commovente e coinvolgente, dal sapore un po’ gotico che rivela un talento narrativo raffinato e impeccabile e un uso sapiente della lingua. Da non dimenticare, poi, il sottotesto, e cioè la malinconica riflessione sul pregiudizio estetico che vige nei confronti delle donne.”

Posted by MARIA DI GIROLAMO, 1 luglio 2011 on Librerie Intraprendenti del Lazio

 

Il vuoto intorno, libro esordio di Claudio Volpe

foto di Claudia Chittano foto di Claudia Chittano

  

 

Diversi romanzi epistolari sono stati dedicati ai propri cari, nel tentativo forse di offrire in memoria una parte di sé inconfessabile o semplicemente per liberarsi da qualcosa o qualcuno, nel qual caso il referente è solo fittizio, una scusa. Kafka scrisse nel 1919 un lunga lettera al padre, pubblicata postuma qualche decennio dopo, senza la possibilità o forse anche senza la volontà di una comunicazione diretta, e quindi di una possibile risoluzione. Si rivolge al genitore di cui ha sempre avuto terrore, che teme e adora come si fa per i carnefici talvolta, quando non si hanno altre vie di fuga. Oriana Fallaci ha consegnato alla storia della letteratura un libro commovente e tormentato con “Lettera a un bambino mai nato” (1975), rivolgendosi di fatto a se stessa in quanto donna e a tutti coloro che possono con lei condividere l’enigma della vita e la scelta di generare. Di recente una straziante lettera è stata scritta dallo scrittore e pacifista israeliano David Grossman, che la dedica al figlio Uri, caduto giovanissimo nella guerra israelo-libanese del 2006.

Nel libro di Claudio Volpe, Achille scrive ad Ettore, figlio che “effettivamente” nasce, esiste; tuttavia, poiché affetto da una sindrome che lo limita fortemente nella capacità di comprendere, non potrà mai davvero interpretare le parole del padre. Eppure questo padre parla, confessa ogni cosa. Non crea un altare alla perfezione e alla bellezza del figlio, che nonostante tutto rende perfetto e bello vestendolo di amore. Parla invece della sua imperfezione di uomo, dei suoi cedimenti, del suo baratro e della risalita. Perché di fronte a un figlio, ecco l’atto più coraggioso, non esiste un padre onnipotente creatore della perfezione; di fronte a un figlio l’amore più grande si manifesta lacerandosi l’anima e svelandola senza segreti, parlando senza pudore di quel vuoto intorno che si è cercato invano di esorcizzare riempendolo con ogni azione, anche la più scellerata nei confronti di se stessi.

Il vuoto intorno esiste, quindi, come afferma il titolo del libro, esiste e va guardato negli occhi. Altro che visione aristotelica del riempimento totale di ogni spazio; la scoperta di Otto von Guericke (1650) lo aveva smentito alla grande e da allora, filosofi, scienziati, uomini comuni hanno dovuto fare i conti con l’horror vacui dell’esistenza. Solo l’arte ha offerto sollievo. Lo diceva Mario Praz, pensando alle case vittoriane stipate di oggetti; ce ne hanno dato un esempio i più antichi manoscritti miniati e il fitto gioco di figure nei quadri del Medioriente e d’Oriente. E così anche il pop surrealism degli anni ’70 e l’Art Brut, o arte non convenzionale, in voga negli stessi anni negli ospedali psichiatrici. Riempire, riempire, altrimenti è troppo doloroso stare nel vuoto e averlo tutto intorno.

“Il vuoto è sempre stato il mio problema, il mio fardello inabilitante. Noi viviamo con la paura del vuoto, lavoriamo, amiamo, creiamo, facciamo arte, facciamo guerre, ci uccidiamo, per paura di venire divorati da quel maledetto vuoto affamato. La nostra storia è scandita dal vuoto. Per sconfiggere il vuoto della comunicazione abbiamo imparato a parlare, per combattere il vuoto del buio abbiamo imparato ad accendere il fuoco, per paura del vuoto della solitudine abbiamo imparato ad amar. Ma per quanto possiamo lottare, per quanto possiamo buttare il nostro sangue per azzerare quel vuoto, lui è sempre al suo posto accanto a noi.” E solo dopo aver tentato invano di colmarlo ammette: “Ho capito che l’unica via di salvezza, l’unica possibilità di redenzione, sarebbe stata farlo oscillare. Il vuoto che oscilla e che trema: questa è la strada.” Un’oscillazione quindi, una vibrazione lunga che intercorre tra più esseri e fonda la solidarietà, questa la via d’uscita. Accettare che il vuoto ci sia e affrontarlo insieme col sorriso, come avviene nella fiaba cinese riportata nel testo, non a caso raccontata ad un Achille ancora ragazzino da uno scultore, l’artista maturo per eccellenza che ha imparato a dare una forma alla materia plasmandola secondo la visione di felicità che lo alberga dentro. Lo scultore che fa nascere lentamente dall’argilla la vita e non “vomita” di getto la sua rabbia come farebbe uno scrittore, sembra suggerire l’autore.

Nella fiaba si racconta che un sant’uomo abbia chiesto a Dio di mostrargli il paradiso e l’inferno; lo scenario che si presenta pare identico: gli uomini seduti intorno ad un tavolo hanno dei cucchiai lunghissimi collegati alle braccia, in modo tale che non possono nutrirsi da soli. Quindi nell’inferno gli uomini sono emaciati e affranti, nel paradiso felici e in carne. Come è possibile? Con la solidarietà è possibile tutto, da soli non ci si può nutrire ma si può nutrire il vicino e questi farà lo stesso con noi. “Inferno e paradiso sono uguali nella struttura. La differenza la portiamo dentro di noi!”

I temi affrontati dal romanzo dello scrittore esordiente, e già maturo, Claudio Volpe, sono talvolta duri da digerire: la violenza sui bambini, l’handicap, il sesso prostituito, l’accettazione dell’altro (in particolare degli zingari), l’eutanasia.

Le pagine scorrono emozionando e facendo riflettere sull’ipocrisia della cosiddetta normalità, sui sistemi falsi fondati sulle gerarchie genetiche (i figli non si dice forse che sono di chi li cresce e non di chi li fa?), sulla spiritualità come bisogno universale. E infine rimane la confessione fiume di un padre che ama il figlio, la storia misteriosa di come dal dolore possa generarsi vita e di come questa vita possa addirittura farsi felicità autentica.

Il libro di Claudio Volpe è edito da Edizioni Il Foglio di Piombino: www.ilfoglioletterario.it

E’ stato presentato in occasione della rassegna Libri da Scoprire di Latina, con uno straordinario successo di vendite. Prosegue ora il tour in Italia. Prima tappa Pontinia, città in cui l’autore vive.

recensione di rosa manauzzi

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2/06/2011

La mia traduzione di un articolo di Félix Luis Viera, sull'impegno dell'editore Gordiano Lupi per la democrazia e i diritti umani a Cuba

Leggi nella sezione NON SOLO CUBA

 

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Perché partecipare a una mostra sul circo? Ho marinato una volta sola la scuola... e l'ho fatto per andare al circo!

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NEL NUOVO SAGGIO DI IVANO GALLETTA, DA ME CURATO PER LA CASA EDITRICE IL FOGLIO, C'E' UNA MIA POSTFAZIONE

IL LIBRO FARA' MOLTO DISCUTERE E RIFLETTERE, SPERIAMO AIUTANDO A TROVARE NUOVI NECESSARI EQUILIBRI. Nella sezione IL FOGLIO LETTERARIO 

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VII EDIZIONE DEL FESTIVAL DEL CORTOMETRAGGIO A LATINA, PARTENZA IN GRANDE MARTEDI' 28 DICEMBRE CON TRE DOCUMENTARI DEDICATI A TRE GRANDI DEL CINEMA E DELLA CULTURA IN ITALIA: FERRERI, BENIGNI, TROISI. PRESSO L'EDIFICIO ESPOSITIVO STOA', VIA C. BATTISTI, ALLE 17.30, ingresso gratuito. Vedi sezione Latina, la mia città, e la cultura.

Programma completo del festival: http://www.fpdc.it


 

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LA MUSICA UNISCE NON C'E' DUBBIO, LA MUSICA OFFRE UNA CONDIVISIONE IMMEDIATA E ARRIVA LONTANO, VIBRANDO E RISUONANDO NELLO SPAZIO. OGNI PARTE DI NOI NE RIMANE TOCCATA. (sezione musica e poesia) 

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LUGLIO 1976. PAROLE, RICORDI, MEMORIA - 25 NOVEMBRE 2010. Eventi a cura del CENTRO DONNA LILITH DI LATINA, DAL 25 AL 30 NOVEMBRE - PALAZZO M.

Vedi la sezione Latina, la mia città, e la cultura

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RITRATTO DI FABRIZIA RAMONDINO - LIBRERIA PIERMARIO & CO., via Armellini, LATINA - SABATO 30 OTTOBRE ore 18. IN OCCASIONE DELLA GIORNATA REGIONALE DELLA LETTURA. Ingresso fino ad esaurimento posti.

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ASCOLTA L'INTERVISTA DI GORDIANO LUPI SU RADIO 3 RAI - RADIO 3 MONDO, SU FIDEL CASTRO, nella sezione Non solo Cuba

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SE VAI IN VACANZA A CUBA NON LEGGERE SOLO LE GUIDE TURISTICHE

Almeno il pane Fidel, di Gordiano Lupi, spiega come vive il popolo cubano al di fuori del circuito turistico. Leggi la recensione nella sezione Non solo cuba

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IMMOTA MANET DI GIANFRANCO PANNONE, dedicato a L'Aquila - Vedi la sezione Environmental Literature

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LEGGI L'INTERVISTA A YOANI SANCHEZ IN DIRETTA TELEFONICA DA VIAREGGIO A DEDALO 2010 di Azione Universitaria, nella sezione Non solo Cuba

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UN LIBRO DELLA COLLANA SAGGI, EDIZIONI IL FOGLIO, DI CUI SONO DIRETTRICE E CURATRICE, HA VINTO IL PREMIO MONTALE PER LA CRITICA. Dettagli nella sezione Il Foglio Letterario.

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Premio Strega 2010 - Secondo me vince Pennacchi (ovvero le tradizioni) - Some days later... infatti ha vinto!

header: foto di Claudia Chittano

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