Stoner, l’uomo qualunque e la conquista di sé.

 

 

 

«A quarantatré anni compiuti, William Stoner apprese ciò che altri, ben più giovani di lui, avevano imparato prima: che la persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l’amore non è una fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un’altra». 

 

Questa è la citazione che forse meglio svela il fil rouge del libro: il processo conoscitivo, e il lavoro quotidiano che lo consente. La storia di Stoner potrebbe somigliare a un panorama osservato guardando fuori dal finestrino di un treno per pendolari. Sempre la stessa sequenza, veloce eppure lenta quando ci si vuole soffermare su un dettaglio, su una riflessione esistenziale. La vita è un percorso, spesso monotono e persino sfiancante a tratti. Si prosegue, giorno dopo giorno, nella normale e rassicurante quotidianità, in cui si stemperano, per quieto vivere, problematiche famigliari, desideri, ambizioni. L’autore racconta ogni cosa con uno stile asciutto, pratico fino a somigliare a un lavoro manuale, quasi un lavoro agricolo con mezzi rudimentali ma efficaci.

 

Stoner, il protagonista, vissuto dal 1891 al 1956, ha interrotto un destino che pareva karmico: si rifiuta di continuare la vita rurale dei genitori che si spaccano la schiena sui campi e vivono del poco che riescono faticosamente a produrre. Non vuole dipendere dalla ciclicità della terra, con tutti i suoi rischi e la pelle che invecchia e si screpola come le zolle. Come dice un suo collega: è “il sognatore, il folle, in un mondo ancora più folle di lui, il nostro Don Chisciotte del Midwest, che vaga sotto il cielo azzurro senza Sancho Panza […] Tu credi che ci sia qualcosa qui che va trovato. Nel mondo reale scopriresti subito la verità.” Si iscrive a Scienze Agrarie presso l’università del Missouri, ma un corso di letteratura inglese farà nascere in lui l’amore per gli studi umanistici. In particolare, sarà il sonetto 73 di Shakespeare che segnerà il passo, un’autentica folgorazione.

 

Un’altra opera del grande drammaturgo spiega l’ostinazione degli studiosi e quindi l’atmosfera irreale in cui ci si muove: “Siamo tutti miserabili buffoni, e siamo al freddo.”, Re Lear, atto terzo, scena quarta. L’università stessa è un rifugio che protegge dai venti della tempesta, esiste per i “diseredati del mondo. Non per gli studenti, non per la disinteressata ricerca della conoscenza né per le altre ragioni che sentite dire. Quelle sono una copertura […].”

 

Probabilmente il significato più profondo dell’opera di John Williams è racchiuso proprio nei versi del sonetto shakespeariano, che scivolano come un fluido mentre raccontano il passare del tempo, la decadenza e infine la morte. La carriera universitaria e l’insegnamento, insieme al matrimonio con una giovane affascinante di cui si innamora, sembrano la realizzazione dei sogni migliori. Eppure, la routine si sviluppa ribaltando le aspettative. L’instabilità della moglie sarà in tandem con la cattiveria di un altro personaggio, a lui ostile all’interno dell’università. Stoner resiste, tiene acceso l’unico fuoco in grado di scaldarlo, la passione per lo studio, metodico e costante, nonostante le difficoltà persino di gestire lo spazio necessario per tenere i volumi; e ci sono le amate lezioni che tiene agli studenti. In una parola, il libro è vitale per lo studioso e docente Stoner. In fondo, l’università è sì la finzione in cui si chiudono persone incapaci di vivere la realtà, ma è pure l’unico mondo possibile dove trovare appagamento contro una realtà fittizia intrisa di apparenze che possono interessare solo personaggi superficiali. A smuovere il trantran quotidiano ci penserà una passione inaspettata, giunta nel mezzo del cammin di nostra vita, quando la maturità comincia a far riflettere su quanto desiderato e quanto infine concesso. E qui, altro fuoco s’accende e finalmente una complicità umana sembra ridestare da un lungo letargo (vita non vissuta). Finché, così com’è arrivato, se ne andrà, le fiamme si estingueranno, per lasciare libero corso alla fase finale, in cui l’invecchiamento cade all’improvviso in tutta la pesantezza possibile, abbattendo il sistema forte dell’ex figlio della terra. Lui, che ha svolto il lavoro universitario con lo stesso zelo di un contadino che vuole raccogliere i frutti (altrimenti non se ne potrebbe cibare), ora vede l’approssimarsi dell’ultima stagione. Il corpo cede, la morte si appresta, in una delle descrizioni più potenti e ineluttabili che si possa leggere.

 

La forza di Stoner è l’assomigliarsi a tanti di noi, magari con una sana ambizione e voglia di cambiare vita, tuttavia costretti a cedere a un destino che non si può completamente mutare, all’interno di una società che per noi ha scritto dei ruoli ben definiti. Stoner non ha nulla di particolare, è fuori dalla fisionomia dell’eroe o del fotogenico. Semplicemente è se stesso, definitivamente riconosciuto da sé, in tutto il suo fallire e il rimpianto di non aver fatto abbastanza. Ha vissuto, anche solo per un periodo, l’esistenza totalizzante dell’amore. Quel fuoco che lo ha reso pronto alla morte, quando sarebbe arrivata. Ha capito, si è compreso.

 

«Si rese conto che per molti anni, senza neanche accorgersene, come un segreto di cui vergognarsi, aveva nascosto un’immagine dentro di sé. Un’immagine che sembrava alludere a un luogo, ma che in realtà rappresentava lui. Era dunque se stesso che cercava di definire, via via che sistemava lo studio. [..] Mentre restaurava i mobili e li disponeva nella stanza, era se stesso che lentamente ridisegnava, era se stesso che rimetteva in ordine, era a se stesso che dava una possibilità».

 

Il libro, uscito nel 1965 non ebbe un grande successo, anche se recensito positivamente. Si dovrà attendere il 2012 per vederlo riemergere nel panorama letterario americano e europeo, con numerose traduzioni. In Italia è pubblicato da Fazi Editori (traduzione di Stefano Tummolini), insieme a Butcher’s Crossing (2013), Nulla, solo la notte (2014) e Augustus (2017).

 

 

Ascoltate il sonetto 73 (l'ho scelto nella traduzione di Giorgio Melchiori).

 

https://www.youtube.com/watch?v=gbqVXebrwhc

 

 

Segnali di fumo di Andrea Camilleri

 

Segnali di fumo (Utet, 2014) è la raccolta di alcuni dei migliori ‘esercizi di riscaldamento’ che Andrea Camilleri abbia scritto negli ultimi due anni. Pensieri, ammonimenti, giudizi, considerazioni, in qualsiasi modo vogliamo definirli, se pur nella dichiarata brevità dell’autore, non si fermano alle poche righe che si leggono con gusto. Come accade ai grandi scrittori che tante ne hanno viste e vissute, e per questo sono davvero autorizzati a dare in lascito una scrittura che sia memoria e testimonianza futura, le poche parole  scritte hanno lunghe propaggini e invitano a pensare. 

In forma di aneddoti numerati, i pensieri scritti di Camilleri non risparmiano la sciatteria del giornalismo dei nostri tempi, che si sente spesso in diritto di trasformare nomi e di pubblicare un’approssimazione dietro l’altra e lo fa pure senza pentimento (“il supplemento letterario di un quotidiano tesse, su tre colonne, gli elogi di un direttore d’orchestra del Novecento, Hans Ermet, che non esiste, perché il nome corretto è Daniel Ansermet […] In un altro […] un recensore aggrega Kokoschka ai surrealisti […]”, p. 54). Oppure nota, e fa notare, come l’epistemologia sia mutata attraverso un linguaggio che assume nuovi connotati svelando un’etica mal ridotta e di cui riesce a sollevare forti sentimenti di nostalgia: “Ci sono parole che col tempo decadono come certi nobili. Una di queste è: speculazione” (p. 61), non più usata per descrivere un’attività di pensiero filosofico e ora attribuibile alla mancanza di scrupoli in varie azioni.

Camilleri non esita a condannare il Fascismo che ha costituito una zavorra indicibile per la cultura italiana, costretta a rimanere silente per molti anni, anziché poter lasciare una traccia indelebile in Europa (e si riferisce a quando Pirandello ricevette il Premio Nobel per la letteratura e alla sua scelta di non rilasciare alcun discorso, essendo in rotta col Fascismo).  Lapidario pure il giudizio su Berlusconi: accusato per la corruzione di una minorenne si ritrova a vivere un processo troppo limitato per ciò che veramente ha fatto, ovvero aver corrotto tutta l’Italia. Non mancano riferimenti ad eventi comici che si leggono davvero con spasso (la massima ripresa da Montaigne, la passeggiata in cui gli capitò di imbattersi nel cartello “non abusate dei luoghi comuni”, la telefonata in cui si doveva sbrogliare una faccenda linguistica assai mordace su una casa di tolleranza dell’antica Pompei, sono solo alcuni) e voglia di continuare ad andare avanti ed approfondire storie e personaggi citati. La conclusione riguarda uno strano, e commovente, impulso del pittore Van Gogh, che non riusciva a controllare il pennello quando dipingeva le stelle. La spiegazione, dice Camilleri, sta nel fatto che il pennello e ciò che ne usciva era infine il prolungamento dell’essere dell’artista. L’arte, in fondo è questo.

 

Ágota Kristóf, Trilogia della città di K.: la narrazione del non ritorno

Finito di leggere Trilogia  della città di K. Si ha la sensazione di far parte di quel curioso gruppo di personaggi borderline descritti magistralmente, senza descrizione alcuna, da Ágota Kristóf (riesce infatti a dire senza dire, usando il potere implicito delle poche parole). Il gioco del detto e non detto è una trappola in cui si finisce per cadere, cercando di seguire le tante menzogne raccontate dai gemelli Claus-Lucas dall’inizio alla fine della loro tristissima esistenza.

I due giovani protagonisti sono nati il 30 ottobre, come la scrittrice; figli più che legittimi dell’autrice quindi, non potevano che narrare, prima in stile paratattico e in forma di NOI e poi più analiticamente secondo un IO autopsicoanalizzato, la vicenda che accomuna tutti gli esuli: lo smarrimento della certezza fisica e psichica che porta a perdere tutto, anche se stessi. La vicenda della guerra della Kristóf è evocata nella storia del libro (fugge in Svizzera nel 1956 a causa dell’occupazione dell’armata russa e qui deve imparare il francese per poter comunicare e scrivere), ma non ci sono località nominate, armate specifiche, vincitori e vinti che appartengono a questo o a quel popolo. Una guerra è guerra ovunque, e i suoi effetti sono i medesimi: si finisce per diventare patologici più in fretta e le azioni più efferate perdono il profilo di crudeltà come sarebbe normale percepire. Nell’arco di pochi anni di vita già si delinea il trauma collettivo della perdizione nel destino altrettanto drammatico dell’altro. Una somma di patologie, un doppio a specchio che riflette ora due gemelli (che a un certo punto il lettore si chiede se esistano o se sia la stessa persona irrimediabilmente scissa) ora un popolo (chi vince chi?) ora inganna chi legge e cerca di seguire una trama più o meno coerente.

Diviso in tre parti, di cui la prima decreterà il successo europeo tanto desiderato dalla Kristóf, si conclude lasciando una coda che sembra toccare la quotidianità del lettore, lo interroga sulle debolezza umane, gli chiede se per caso non si rispecchi in qualcuna delle vicende inquietanti raccontate con cinismo e leggerezza. In effetti, il linguaggio scarno de Il grande quaderno (1986), rapisce l’attenzione a tal punto che poi si desidera proseguire nelle labirintiche confessioni di delitti e pene presenti nella seconda e terza parte, La prova (1988) e La terza menzogna (1991).

Il grande quaderno raggiunge un successo tale che viene tradotto in più di trenta lingue. Successo persino superato oggi dalla trilogia completa.

Claus e Lucas scrivono, come unica fuga dalla realtà, come unica forma di libertà. Anche Ágota Kristóf scrive per salvarsi e come loro attraversa la barriera linguistica che la divide dagli altri. Deve imparare la lingua straniera ed estranea ai propri affetti. Deve trovare un altro modo di dire sapori, odori, suoni, sacrificando per sempre la parte più autentica di se stessa, quella che da radici familiari ed equilibrio nell’esistenza di ciascuno. E’ questo il prezzo più alto che deve pagare per essere diventata esule in un Paese straniero. Neppure i suoi personaggi non possono essere felici perché, una volta liberi di tornare indietro, si rendono conto di aver perso la propria origine e di non aver mai acquisito una nuova identità altrove. Un limbo agghiacciante che molti europei hanno vissuto in passato (e in misura minore anche ora) e che molti esuli di altri continenti (in particolare Asia e Africa) vivono tuttora.

Breve biografia:  Ágota Kristóf (Csikvánd, Ungheria, 30 ottobre, 1935 – Neuchâtel, Svizzera, 27 luglio, 2011) insieme al marito (suo ex insegnante di storia)  e alla figlia di quattro mesi, è costretta a lasciare il suo Paese all’età  di vent’un anni a causa della rivoluzione anti comunista. Fanno prima tappa in Austria con il progetto di raggiungere gli Stati Uniti, ma non trovano il coraggio di affrontare un viaggio tanto lungo. Quindi raggiungono la Svizzera, dove, non conoscendo la lingua, vivono per lo più in solitudine. Dopo cinque anni abbandona il lavoro in una fabbrica di orologi e lascia il marito. Studia il francese e inizia a scrivere nella sua nuova lingua, inizialmente poesie e sceneggiature.

Nel 1986 vince il Premio Europeo per la letteratura francese e Il grande quaderno viene eletto Livre Européen; nel 2001 riceve il premio Gottfried Keller in Svizzera e nel 2008 il Premio di Stato austriaco per la letteratura europea. Oltre a La Trilogia, ha pubblicato il romanzo Ieri (1995) e L’analfabeta (2004), narrazione autobiografica in cui mette a nudo la lotta con la lingua che deve apprendere e con l’esperienza dell’esilio.

Le sue ultime opere sono: "Ou es-tu Mathias" e "Line, le temps".

In video

Il film Brucio nel Vento (2002) del regista Silvio Soldini si basa sull’opera Hier (Ieri)

Le Continent K. (1998) e Agota Kristof, 9 ans plus tard ... (2006) sono due brevi documentari su Agota Kristof, diretti da Eric Bergkraut (disponibili in DVD in tedesco e francese).

Disponibile in italiano: Continente K. Agota Kristof scrittrice d'Europa, un film di Eric Bergkraut, DVD+booklet, Bellinzona, Edizioni Casagrande, 2010

Altro documentario: Écrire, après tout (2010), diretto da Sabine Bally (TWOSA)

Nel 2013 Il Diario (detto anche Il grande quaderno) è diventato un film per la regia di János Szász, presentato all’International Film Festival di Toronto e premiato come miglior film straniero.

Opere

1986: Le grand cahier

1988: La preuve

1991: Le troisième mensonge

1998: L'Heure grise et autres pièces

1995: Hier

2004: L'analphabète

2005: C'est égal

2005: Où es-tu Mathias?

2007: Le Monstre et autres pièces

 

In traduzione italiana sono disponibili le seguenti opere:

Quello che resta (in seguito Il grande quaderno), Milano, Guanda, 1988

La prova, Milano, Guanda, 1989

Trilogia della città di K. (Il grande quaderno, La prova, La terza menzogna), Torino, Einaudi, 1998

La chiave dell'ascensore. L'ora grigia, Torino, Einaudi, 1999]

Ieri, Torino, Einaudi, 2002

La vendetta, Torino, Einaudi, 2005

L'analfabeta. Racconto autobiografico, Bellinzona, Edizioni Casagrande, 2005

Dove sei Mathias?, Bellinzona, Edizioni Casagrande, 2006

 


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