EXIT WEST -Mohsin Hamid

Einaudi, 2017

''Exit West'', la via d’uscita provvisoria

 

C’è ancora chi tra noi tiene all’idea delle radici. Un’idea che parte da lontano, una sorta di racconto tramandato a cui in tanti si appigliano, a volte caparbiamente come se gli esseri umani fossero alberi e non figli di mezzo tra cielo e terra. Tuttavia solo agli alberi è concesso di avere radici nella terra e la chioma nel cielo. A noi no. Siamo esseri mobili, ci è stato dato il movimento che è essenzialmente un dono e allo stesso tempo un messaggio: non aver paura di partire. Dalla memoria biblica (“Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo […]”. Gen 12, 1-3), che si propone in altri testi sacri di altre religioni (e come questi è raccolta di percorsi storici di popoli) alle traversate di UIisse e di tutti i fortunati “scopritori” di terre già abitate, ancora libere dalla malvagità a scopo di interesse economico, l’uomo-pellegrino ancora è in viaggio e ha con sé un bagaglio solo più tecnologico di quanto avesse in passato. Per il resto, è alla ricerca imperitura di una terra promessa che spesso non mantiene le aspettative e prima o poi costringe a tornare indietro, se non altro per la curiosità di vedere cosa ne è stato di quei luoghi dove si pensava di affondare le proprie radici strappate. Mohsin Hamid, in Exit West (2017), uscito per Einaudi in Italia (traduzione di Norman Gobetti) utilizza il tema attuale della migrazione, così come è avvertita dal benestante Occidente, cioè come fenomeno emergenziale e minaccioso, anziché essere connaturata all’intera evoluzione planetaria. Perché finché i popoli si muovono all’interno di altri continenti, spostati forzatamente da calamità naturali, guerre, epidemie, la trasformazione può pure esistere (nonostante gran parte di quegli spostamenti siano la raccolta di quanto seminato in passato con le politiche coloniali che hanno sradicato, costruito e consumato senza ritegno). Quando toccano le coste europee e di una America smemorata, allora la trasformazione diventa problema, emergenza, minaccia. Eppure tutti si muovono prima o poi, è la via naturale dell’essere, del divenire, del nascere e morire. Il viaggio è metafora della vita e la certezza delle comodità è in realtà una stasi della coscienza, come per la donna che non si è mai mossa dal proprio Paese, dalla propria città, dalla casa, a tal punto che “[…] sembrava che a muoversi fosse stato il mondo, e lei quasi non riconosceva più la cittadina che circondava la sua proprietà […] e quando usciva l’anziana signora aveva la sensazione di essere emigrata anche lei, che tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, perché non possiamo evitarlo. Siamo tutti migranti attraverso il tempo.” In queste frasi lo scrittore pakistano-britannico Mohsin Hamid esplicita il messaggio che percorre tutto il libro: exit non è una via d’uscita definitiva, è piuttosto l’incipit di continui viaggi a cui siamo continuamente chiamati, persino quando non siamo noi a camminare ma altri intorno a noi.

 

Nella storia di Nadia e Saeed, giovane coppia protagonista del romanzo, c’è tutta la speranza e la disperazione dei rifugiati. Vivono in una città, di cui non si sa il nome, in preda alla guerra civile (tra miliziani estremisti e deboli difensori governativi). Forse, come suggerisce il Time Magazine rassomiglia a una città della Siria; potrebbe essere quindi la storia di una coppia siriana che decide di fuggire. Nadia è una donna troppo libera: nel momento stesso in cui confessa ai suoi di voler andare a vivere da sola rompe ogni legame con loro; Saeed invece è più vicino alle tradizioni e prega da devoto musulmano insieme al padre. La guerra rende impossibile vivere, porta via gli affetti più cari in modo atroce e doloroso, impedisce di affacciarsi alla finestra. E allora si aprono porte, immaginarie, che conducono verso quell’Occidente sognato dove forse non c’è la perfezione ma almeno ci si può amare liberamente e la vita non è a rischio. La porta conduce via lontano dalla trappola mortale in cui si era trasformato il Paese; è pur vero però che “quando emigriamo assassiniamo coloro che ci lasciamo alle spalle” e smettiamo di essere testimoni e artefici del cambiamento che avremmo voluto. Ma se restare significa morire… si deve partire. Inutile promettere tornerò, ci rivedremo, tutto muta e spesso muoiono padri e madri senza che i figli possano neppure assistere al loro funerale, e viceversa, muoiono figli senza neppure che padri e madri sappiano del loro destino in mare o altrove. La vita oltre le numerose porte magiche è un’incognita, talvolta un nuovo rischio; ci sono orde di estremisti in strada che potrebbero interrompere per sempre il sogno di una vita migliore. Intanto l’Occidente va riempiendosi di milioni di profughi in fuga che si sono sistemati o in campi di fortuna o hanno preso ad abitare in enormi e sontuose ville, come capita a Nadia e Saeed che si ritrovano direttamente proiettati da Mykonos a Londra in uno dei quartieri più ricchi, in una villa semideserta. La polizia tenta invano di cacciarli. Interviene l’esercito uccidendone centinaia solo quando occupano luoghi pubblici, come il cinema (o forse è solo una diceria per spaventarli). Fatto sta che alla fine si trova una soluzione: gli immigrati possono rimanere se costruiscono per sé ed altri in arrivo una città Alone intorno a Londra, nell’ampia zona messa loro a disposizione. Possono nascere nuove città alone. E i rifugiati prendono a lavorare alacremente per costruire alloggi dove stare e da cui ricominciare, finché qualcuno, consapevole dei sogni infranti, decide di attraversare un’altra porta e finire magari in una terra dove i nativi si sono estinti o non sanno più se sono davvero nativi o nuovi arrivati. In tutto questo anche l’amore si dissolve. Una volta partiti non c’è mai più ricomposizione, se non con se stessi.

 

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