Da un altro mondo - Evelina Santangelo

Einaudi, 2018

"Rosso Mediterraneo"

 

 

“Mia soltanto è la patria della mia anima. Vi posso entrare senza passaporto e mi sento a casa”, scriveva Marc Chagall, artista della leggerezza e dei colori, che amava i performer circensi perché capaci di sospendere tempo e spazio. Li ritraeva nei loro gesti rituali, così simili a una religione calata nel quotidiano. E poi i circhi sono sempre stati piccoli paesi in transito, da un luogo all’altro, senza confini; una grande affinità con l’esperienza migratoria del pittore. C’è fermento nei quadri di Chagall, basta prestarvi orecchio e sembra di entrare in una festa, in cui ogni presenza si muove, danza, sta in equilibrio, suona, muggisce, vola… La scrittrice Evelina Santangelo (1965) ne ha colto l’atmosfera e l’ha trasposta nei suoi romanzi. Soprattutto ha preso in prestito quel rosso vitale che risalta in qualche macchia che pare casuale o che si palesa in un turbinio solare che determina la vita. Tra tutti cito Esquisse pour la Vie (1964). Ecco il colore rosso, colore mediterraneo.

I Fenici stendevano pezze di lana al sole sulla sabbia del mare nostrum, dopo averle tinteggiate con le chiocciole di mare. Si definiva così la storia del rosso che sarebbe giunto fino a noi, via mare.  

Il pittore di Vitebsk sembra dare vita alla valigia rossa del piccolo immigrato, protagonista dell’ultima opera di Evelina Santangelo. In un viaggio a ritroso, dal Belgio in direzione del sud Italia, parte in compagnia di un trolley. Un fil rouge (già sperimentato in Il giorno degli orsi volanti, Einaudi, 2005) di fatto, che l’abilità narrativa di Santangelo tiene in costante movimento, seguendo destini che si incrociano e sollecitando una ricerca simbolica profonda (e necessaria) alla base degli accadimenti in un’area mediterranea che entra nel cuore dell’Europa.

L’impegno sociale dietro la scrittura solleva la coltre di indifferenza stesa sui più fragili: i migranti, spesso bambini non accompagnati, in balia di strade piene di pericoli e profittatori. Ma c’è anche la denuncia di un sud depredato da pochi e potenti padroni davanti ai quali si tende frequentemente a chinare il capo, consentendo loro di far man bassa di persone e territorio. La Sicilia è l’isola-casa che la scrittrice palermitana trova naturale descrivere, nel rapporto conflittuale tra ospite e ospitato, padroni e operai-schiavi, giovani speranzosi e il rischio di nuove schiavitù dentro e fuori la propria terra. Tutta la produzione di Santangelo è tanto circoscritta quanto aperta alla globalizzazione (chi può sfuggirne?). La sua geografia è un qui per caso e un espandersi continuo. Il concetto di globale è entrato ferocemente accelerando ritmo e trasformazioni in modo innaturale, in cui l’umanità si perde, i rapporti tra persone si frantumano.

Tra i suoi romanzi, Da un altro mondo (2018) ha il merito di essere ferocemente attuale nei pericoli mediatici che palesa.

Una tensione crescente avviluppa il lettore in tre storie personali che prima o poi devono guardarsi allo specchio, l’una dentro l’altra. Eletto a pieno titolo libro dell’anno, nel 2018, dagli ascoltatori della trasmissione radiofonica Fahrenheit, mostra le ipocrisie di quella parte dell’Occidente che vanta valori e virtù, che sarebbero minacciate da altre culture, solo allo scopo di difendere nefandezze compiute quotidianamente contro i più fragili e ambizioni di potere.

Un ragazzino immigrato di nome Khaled (forse siriano), una donna belga di nome Karolina e un ‘padano puro’ di nome Orso, ex rondista, fanno i conti con una vita ingenerosa, tentando di difendere quel poco di tranquillità che hanno. Il primo deve tornare indietro, realizzare un progetto per dovere famigliare; la seconda cerca di rimettere insieme i pezzi perduti della propria famiglia; infine Orso, che ha sempre difeso una certa idea di territorio, si ritrova a fronteggiare una falsa appartenenza comunitaria.

Il lettore, così come i personaggi che incontriamo via via, subisce uno spaesamento, tra riconoscimenti di frasi e azioni. A ben vedere, ciò che suscita imbarazzo e un crescente terrore è il modo in cui viene gestita la quotidianità che ci circonda, a cui assistiamo con indifferenza ogni giorno. C’è un rosso disarmante che pulsa nella rabbia cieca delle idee. Quando un figlio appassionato di combattimenti misti MMA decide di seguire i maestri di riferimento, si avverte un brivido per quei simboli che ritroviamo nelle camerette tappezzate di poster e illuminate da videogames del genere Call of Duty. Dove portano le musiche che urlano “Our people first”? Davvero è tutto un gioco? Davvero gli slogan urlati sono opinioni politiche? Gli estremismi si toccano, c’è la stessa ferocia e lo stesso pericolo nel voler tener fuori l’altro, organizzando ronde e blitz punitivi, e nel voler fare il lavaggio del cervello a qualcuno per condurlo all’interno del proprio gruppo religioso. Nomi precisi che abbiamo la responsabilità di conoscere; movimenti che esistono, oggi nel 2020, che si muovono capillarmente e ai quali dobbiamo prestare la massima attenzione. Evelina Santangelo ce ne fornisce una breve bibliografia, a fine romanzo.

Senza tanti giri di parole, c’è il sovranismo politico, l’ambizione di qualche partito nordista ad arrivare più in alto che si può, utilizzando la fobia, chiudendo dentro “la propria gente” per tutelarla da presenze che possono infrangere porte, finestre, persino attraversare le pareti come fantasmi. Sono gli invisibili, quelli che per vivere vivono ovunque: lo straniero, il rom, persino il vecchio che potrebbe diventare scomodo. Queste presenze quasi vampiriche, che escono di notte, di cui si nota la scia rossa tra le tenebre, vanno annientate, dice qualche sindaco con immediata impennata di consensi. L’informazione è protagonista altrettanto attiva: deve servire, convincere, creare il caso, mai dire la verità. In un quadro tutt’altro rassicurante, a metà tra un noir e un thriller, si trattiene il fiato pensando a ciò che ci viene detto ogni giorno: "Chi senesbatteva se vere, verosimili o fasulle! Le vicende in questione erano comunque la conferma di ciò che lui andava dicendo da anni: quell'invasione [inventata] di clandestini stava compromettendo la vita della gente, aprendo così, - e lì stava l'aspetto interessante - nuove praterie di consenso per il Partito."   

Mentre un trolley rosso prende vita, la cronaca diffonde invasioni, anime vaganti. Chissà se sotto sotto Bruxelles rimane ancora una palude (come dice il suo antico nome), se il palazzo Berlayomont (sede della Commissione Europea) con le sue bandiere blu “che conservano tutte le dodici stelle dorate al proprio posto”, rischia di affondarci dentro. Quanto bisogno di un’Unione Europea a misura di bambino! Che non lasci nessuno indietro e riconosca i danni provocati dalla sua voracità colonialista. Quanto bisogno di comunità allargata, in cui ci si impegni non a tener fuori un virus ma a curare e prevenire vecchi mali.

Rassicura la loquace copertina di Paolo Altan, in cui due mani, anziché una bocca divoratrice, accolgono per tenere un poco al sicuro chiunque è costretto a vagare. Il cielo è ondulato e il mare calmo, un mare su cui si cammina, o forse è la terra ormai blu, perché le storie di mare sono di tutti.

 

 

Evelina Santangelo

 

Presso Einaudi ha pubblicato nel 2000 la raccolta di racconti L’occhio cieco del mondo (con cui ha vinto i premi Berto, Fiesole, Mondello opera prima, Chiara, Gandovere-Franciacorta), i romanzi La lucertola color smeraldo (2003), Il giorno degli orsi volanti (2005), Senzaterra (2008), Cose da pazzi (2012), Non va sempre così (2015), Da un altro mondo (2018). Suoi racconti sono apparsi nelle antologie Disertori e Ragazze che dovresti conoscere (Einaudi Stile Libero, 2000 e 2004) e Deandreide (Rizzoli Bur, 2006). Con il racconto Presenze ha partecipato all’antologia L’agenda ritrovata. Sette racconti per Paolo Borsellino (Feltrinelli, 2017). 

 

 

EXIT WEST -Mohsin Hamid

Einaudi, 2017

''Exit West'', la via d’uscita provvisoria

 

C’è ancora chi tra noi tiene all’idea delle radici. Un’idea che parte da lontano, una sorta di racconto tramandato a cui in tanti si appigliano, a volte caparbiamente come se gli esseri umani fossero alberi e non figli di mezzo tra cielo e terra. Tuttavia solo agli alberi è concesso di avere radici nella terra e la chioma nel cielo. A noi no. Siamo esseri mobili, ci è stato dato il movimento che è essenzialmente un dono e allo stesso tempo un messaggio: non aver paura di partire. Dalla memoria biblica (“Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo […]”. Gen 12, 1-3), che si propone in altri testi sacri di altre religioni (e come questi è raccolta di percorsi storici di popoli) alle traversate di UIisse e di tutti i fortunati “scopritori” di terre già abitate, ancora libere dalla malvagità a scopo di interesse economico, l’uomo-pellegrino ancora è in viaggio e ha con sé un bagaglio solo più tecnologico di quanto avesse in passato. Per il resto, è alla ricerca imperitura di una terra promessa che spesso non mantiene le aspettative e prima o poi costringe a tornare indietro, se non altro per la curiosità di vedere cosa ne è stato di quei luoghi dove si pensava di affondare le proprie radici strappate. Mohsin Hamid, in Exit West (2017), uscito per Einaudi in Italia (traduzione di Norman Gobetti) utilizza il tema attuale della migrazione, così come è avvertita dal benestante Occidente, cioè come fenomeno emergenziale e minaccioso, anziché essere connaturata all’intera evoluzione planetaria. Perché finché i popoli si muovono all’interno di altri continenti, spostati forzatamente da calamità naturali, guerre, epidemie, la trasformazione può pure esistere (nonostante gran parte di quegli spostamenti siano la raccolta di quanto seminato in passato con le politiche coloniali che hanno sradicato, costruito e consumato senza ritegno). Quando toccano le coste europee e di una America smemorata, allora la trasformazione diventa problema, emergenza, minaccia. Eppure tutti si muovono prima o poi, è la via naturale dell’essere, del divenire, del nascere e morire. Il viaggio è metafora della vita e la certezza delle comodità è in realtà una stasi della coscienza, come per la donna che non si è mai mossa dal proprio Paese, dalla propria città, dalla casa, a tal punto che “[…] sembrava che a muoversi fosse stato il mondo, e lei quasi non riconosceva più la cittadina che circondava la sua proprietà […] e quando usciva l’anziana signora aveva la sensazione di essere emigrata anche lei, che tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, perché non possiamo evitarlo. Siamo tutti migranti attraverso il tempo.” In queste frasi lo scrittore pakistano-britannico Mohsin Hamid esplicita il messaggio che percorre tutto il libro: exit non è una via d’uscita definitiva, è piuttosto l’incipit di continui viaggi a cui siamo continuamente chiamati, persino quando non siamo noi a camminare ma altri intorno a noi.

 

Nella storia di Nadia e Saeed, giovane coppia protagonista del romanzo, c’è tutta la speranza e la disperazione dei rifugiati. Vivono in una città, di cui non si sa il nome, in preda alla guerra civile (tra miliziani estremisti e deboli difensori governativi). Forse, come suggerisce il Time Magazine rassomiglia a una città della Siria; potrebbe essere quindi la storia di una coppia siriana che decide di fuggire. Nadia è una donna troppo libera: nel momento stesso in cui confessa ai suoi di voler andare a vivere da sola rompe ogni legame con loro; Saeed invece è più vicino alle tradizioni e prega da devoto musulmano insieme al padre. La guerra rende impossibile vivere, porta via gli affetti più cari in modo atroce e doloroso, impedisce di affacciarsi alla finestra. E allora si aprono porte, immaginarie, che conducono verso quell’Occidente sognato dove forse non c’è la perfezione ma almeno ci si può amare liberamente e la vita non è a rischio. La porta conduce via lontano dalla trappola mortale in cui si era trasformato il Paese; è pur vero però che “quando emigriamo assassiniamo coloro che ci lasciamo alle spalle” e smettiamo di essere testimoni e artefici del cambiamento che avremmo voluto. Ma se restare significa morire… si deve partire. Inutile promettere tornerò, ci rivedremo, tutto muta e spesso muoiono padri e madri senza che i figli possano neppure assistere al loro funerale, e viceversa, muoiono figli senza neppure che padri e madri sappiano del loro destino in mare o altrove. La vita oltre le numerose porte magiche è un’incognita, talvolta un nuovo rischio; ci sono orde di estremisti in strada che potrebbero interrompere per sempre il sogno di una vita migliore. Intanto l’Occidente va riempiendosi di milioni di profughi in fuga che si sono sistemati o in campi di fortuna o hanno preso ad abitare in enormi e sontuose ville, come capita a Nadia e Saeed che si ritrovano direttamente proiettati da Mykonos a Londra in uno dei quartieri più ricchi, in una villa semideserta. La polizia tenta invano di cacciarli. Interviene l’esercito uccidendone centinaia solo quando occupano luoghi pubblici, come il cinema (o forse è solo una diceria per spaventarli). Fatto sta che alla fine si trova una soluzione: gli immigrati possono rimanere se costruiscono per sé ed altri in arrivo una città Alone intorno a Londra, nell’ampia zona messa loro a disposizione. Possono nascere nuove città alone. E i rifugiati prendono a lavorare alacremente per costruire alloggi dove stare e da cui ricominciare, finché qualcuno, consapevole dei sogni infranti, decide di attraversare un’altra porta e finire magari in una terra dove i nativi si sono estinti o non sanno più se sono davvero nativi o nuovi arrivati. In tutto questo anche l’amore si dissolve. Una volta partiti non c’è mai più ricomposizione, se non con se stessi.