Vicissitudini

 

Quanti sono i richiedenti asilo in Italia? In genere si arriva al massimo a 100 mila persone l'anno. Come molti sapranno pesa il Trattato di Dublino (del 1990) che si sta cercando con grosse difficoltà di cambiare (non sono bastate le tre modifiche operate finora), secondo cui il Paese di arrivo è quello in cui occorre fare domanda. Di tutte le richieste, dalle statistiche che rimangono più o meno invariate da alcuni anni solo il 5% viene accolto come profugo, ovvero fugge da zone di guerra (quindi nessuno scoop, nessuna sorpresa, nessun bisogno di una ricercatrice esperta sull'Africa che finalmente dice la verità, come sostiene da due anni la disinformazione messa in giro da Il Giornale e ripresa dalla carta straccia social-populista a cui alcuni hanno abboccato). A quel 5% va aggiunto un 30-35% di rifugiati che ha ugualmente diritto ad essere accolto in un programma di protezione sussidiaria e umanitaria (per cinque anni, rinnovabili). Questi fuggono da situazioni potenzialmente pericolose che metterebbero la loro vita a rischio o sono perseguitati (politici, religiosi, ecc.). Per tutti gli altri, circa un 60% c'è il diniego, quindi dovranno in qualche modo tornare indietro e spesso sostano in centri in cui la loro vita rimane sospesa fino a un incerto rientro. Altre volte tentano la via di fuga sperando di raggiungere comunque il nord Europa con esiti non sempre felici. Negli stessi centri si rischia di rimanere anche in attesa di ottenere un permesso a cui si ha diritto, vivendo in situazioni di promiscuità e pericoli vari.

 

L'asilo politico ha origini molto antiche ed era già praticato dagli antichi Romani, Egiziani, Greci.
Oggi a Roma a quasi 1000 rifugiati non viene data l'assistenza che loro spetta e vagano spersi e senza diritti nella città. Nell'antichità l'Asylum era la depressione del Campidoglio posta tra l'Arx e il Capitolium, dove attualmente di trova piazza del Campidoglio. Il nome Asylum è legato alla leggenda di Romolo: sarebbe stato questo il luogo in cui, a chiunque lo avesse raggiunto, la nuova città avrebbe garantito accoglienza e protezione (o dato "asilo"). Presso i Romani il diritto di asilo era esteso anche agli schiavi.

 

Scrive Plutarco riferendosi a Roma: «Quando la città ebbe il suo primo insediamento, istituirono un luogo sacro per accogliere i fuggitivi e lo posero sotto la protezione del dio Asilo: vi ricevevano tutti, non restituendo lo schiavo ai padroni, né il povero ai creditori, né l'omicida ai giudici; anzi, proclamavano che in seguito a un responso dell'oracolo di Delfi avrebbero concesso a tutti il diritto di asilo. Presto la città si riempì di abitanti...» (Andrea Giardina, Storia di Roma dall'antichità ad oggi, Laterza).

 

Nei secoli, l'asilo politico ha garantito vita e diffusione del pensiero a grandi personaggi: Cartesio ricevette asilo nei Paesi Bassi, Voltaire in Inghilterra e Hobbes in Francia. Stessa sorte a Frédéric Chopin, accolto in Francia, a Victor Hugo, accolto in Gran Bretagna, a Albert Einstein, ebreo tedesco emigrato negli Usa, Henry Kissinger, accolto negli Usa, e chissà quanti altri... o le nostre guerre e le nostre dittature sono state più importanti di quelle africane?
Ora, mentre si tenta di arginare in modo drastico gli arrivi verso l'Italia, mi chiedo quali garanzie si stanno offrendo alle migliaia di persone intrappolate nei terribili centri di detenzione in Libia? Forse la modalità precedente era insostenibile a lungo termine, per il fatto che tutta la gestione non poteva pesare sull'Italia, ma adesso 'non vedere' ha forse risolto il problema umanitario? Non credo. Alcuni Stati europei sono abituati da sempre a sfruttare e infischiarsene delle condizioni altrui, ma alla parte sana del nostro Paese, nell'apparenza tutto razzista e mosso da sussulti di pancia, peserà parecchio sapere che non troppo distante dalle nostre coste ci sono popoli che urlano vita e giustizia. È giunto il momento che esperti di tutta Europa vadano a lavorare in quei centri, per aiutare a tutti i livelli e verificare chi ha diritto ad essere accolto subito (nel Paese europeo che può garantirgli la migliore condizione possibile).

 

 

 

Anna Maria Ortese, LE PICCOLE PERSONE. Adelphi, 2016.

 

 

 

"[...] mi domando a chi mai sarà data in vero e generoso uso la folla di tesori esistenti sulla terra e intorno ad essa: dalla luce, agli elementi, alle cose che l'adornano, alle forze bellissime che ne regolano il moto armonico negli spazi colorati.

Questi individui, benché si afferrino a queste cose con mille delle loro avide mani, non le vedono in realtà; e, anzi, molto vogliono arrivare a questo tipo di società, proprio perché essa toglie alla pupilla dell'uomo quello che ormai viene considerato un difetto compatibile solo nel bambino e nel primitivo: la meraviglia. E vi è della grandezza nella meraviglia, il senso di una favola, la possibilità di una storia: e appunto per questo, la nostra ultima società, sterile e paurosa della vita, vi si rifiuta."

 

 

Quante sono le parole che avremmo potuto leggere e non leggeremo mai?

 

Ieri sera, mentre rileggevo alcune pagine di una delle più grandi scrittrici (e dei più grandi scrittori, in generale), Irène Némirovsky (morta ammazzata in un campo di concentramento), non ho potuto fare a meno di pensare al grande dramma messo in atto dal Nazifascismo nel cuore dell'Europa. Milioni di ebrei sterminati per il capriccio di pochi folli, seguiti passivamente da popoli adoranti e ignoranti. Milioni di persone massacrate in nome di non si sa cosa. Oggi, per quanto possiamo sforzarci di trovare una ragione, arriviamo alla conclusione che il motivo vero è stato la sospensione della ragione,  la sospensione di Dio, la sospensione della vita in una zona precisa del pianeta Terra. Era già avvenuto prima altrove, in Africa (deportazione in massa di milioni e milioni di persone verso le Americhe), poi nell’Unione Sovietica e in altre zone dell’Asia (con i regimi comunisti, altrettanto brutali e numericamente anche peggio), continua probabilmente ad avvenire da qualche parte e minaccia di tornare ogni volta si affaccia la paura verso una cultura, conoscendo di questa solo aspetti estremi che pochi seguono (con più rumore).

 

C’è un aspetto che mi lascia sempre senza parole, oltre alle perdite umane, in termini fisici, già di per sé terribile (e a questo dovremmo aggiungere anche milioni e milioni di animali uccisi per ogni guerra, paesaggi uccisi, monumenti uccisi, il creato in generale ucciso). È  l’idea che migliaia di ebrei, per la loro storia personale di ‘vagabondi’, erano grandi conoscitori di culture, di lingue, di scienze, di arte, e all’improvviso hanno smesso di vivere, portando quella conoscenza in un luogo dove non ha alcuna utilità. Nell’al di là, nel silenzio. Chi viaggia conosce. Chi conosce può trasmettere. Non erano soltanto portatori di una cultura specifica ma rappresentavano probabilmente sforzarci di trovare una ragione, arriviamo alla conclusione che il motivo vero è stata la sospensione della ragione, la sospensione di Dio, la sospensione della vita in una zona precisa del pianeta Terra. E' avvenuto prima altrove, in Africa (deportazione in massa di milioni e milioni di persone verso le Americhe), nel'Unione Sovietica e in altre zone dell'Asia (con i regimi comnunisti, altrettanto brutali), continua probabilmente ad avvenire da qualche parte. C'è un aspetto che mi lascia sempre più senza parole, oltre alle perdite umane, in termini fisici (e a questi dovremmo aggiungere anche milioni e milioni di animali uccisi per ogni guerra, paesaggi uccisi, monumenti uccisi, il creato in generale ucciso). sforzarci di trovare una ragione, arriviamo alla conclusione che il motivo vero è stata la sospensione della ragione, la sospensione di Dio, la sospensione della vita in una zona precisa del pianeta Terra. E' avvenuto prima altrove, in Africa (deportazione in massa di milioni e milioni di persone verso le Americhe), nel'Unione Sovietica e in altre zone dell'Asia (con i regimi comnunisti, altrettanto brutali), continua probabilmente ad avvenire da qualche parte. C'è un aspetto che mi lascia sempre più senza parole, oltre alle perdite umane, in termini fisici (e a questi dovremmo aggiungere anche milioni e milioni di animali uccisi per ogni guerra, paesaggi uccisi, monumenti uccisi, il creato in generale ucciso).la summa di ogni cultura di Paesi diversissimi. Costituivano di fatto l’esempio meglio riuscito di interculturalità. Molti di loro erano insegnanti, studiosi, scienziati, artisti, letterati, intellettuali, comunque persone molto istruite. Avrebbero potuto trainare l’Europa verso vette culturali e scientifiche ancora più alte, avrebbero potuto sommare alle loro già grandi opere giunte fino a noi, opere ancora più grandi. Eppure noi quelle opere non le conosceremo mai.

 

Questa è la colpa più grave del Nazifascismo: aver creato un baratro spaventoso, lì dove c’era il pieno; aver rallentato il passo dell’umanità e della civiltà, tornando alla barbarie, quando invece si era arrivati a scoprire l’incanto. Aver azzittito di colpo famiglie intere che suonavano più strumenti. Piccole orchestre magnifiche che dall’intimità famigliare sapevano elevarsi a sinfonie del mondo. Per risarcire di questa colpa, per colmare una mancanza tanto grande, non basteranno secoli.

 

Emergenza linguistico-culturale in Italia

 

 

Capita sempre più spesso di parlare con le persone e di accorgersi a distanza di un po' di tempo che non hanno capito assolutamente cosa hai detto veramente e che hanno travisato a tal punto il tuo messaggio che ti chiedi seriamente se parlate lingue diverse. Capita ancora più di frequente che non capiscano il messaggio scritto (e i social network sono un esempio lampante) o peggio ancora che scrivano qualcosa intendendo altro e pretendano che tu capisca le loro intenzioni piuttosto che quanto hanno scritto. L'italiano si sta disintegrando tra ke, x, accenti e apostrofi mal messi, abbreviazioni del pensiero ancor prima che nella forma scritta, anglismi, recuperi a casaccio di parole desuete per opera di scrittori in erba (che pensano di creare un'opera d'arte scopiazzando un termine incontrato a caso su internet), latinismi inventati e sproloqui scurrili. C'è un'emergenza culturale e non ce ne rendiamo conto. Pensiamo che l'economia possa risollevarsi senza mettere mano al problema culturale, o pensiamo che si debba valorizzare la cultura (chi deve farlo? Il Governo?) senza leggere più nemmeno un libro o leggendone uno l'anno. Spesso ho affermato che non ci sarà mai un cambiamento sociale reale se prima non si fa attenzione a modulare con esattezza il linguaggio usato, i termini usati. I discorsi pubblici sono infarciti di misoginia, fobie verso ogni diversità, oppure di catastrofismi lì dove si auspica che le cose vadano meglio. E come potrebbero cambiare in meglio se si parte dall'aspetto negativo? Ognuno può, anzi deve, nel piccolo, modificare quei comportamenti linguistici che dissolvono l'italiano ogni giorno e che creano diseguaglianze persino tra chi vorrebbe il contrario. Mi si può dire "che c'entrano una x dove non va o un perké?" Parlare è agire e l'azione deve essere un atto di purezza linguistica, che è ancor prima chiarezza di pensiero. Leggevo stamattina, nell'ottimo libro di Andrea Camilleri / Tullio De Mauro, La lingua batte dove il dente duole (2013, Laterza) che il 71% degli italiani è al di sotto della soglia minima (valori internazionali) 'per orientarsi e risolvere, attraverso l'uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana'. C'è inoltre un 5% di analfabeti totali! Sono dati allarmanti che De Mauro collega anche alla crisi economica e politica del nostro Paese. Ecco quindi farsi chiaro un quadro di incomunicabilità che rischia di allargarsi, tra chi legge e chi non legge, chi legge poco e chi legge tanto, chi conduce una vita digitale e chi (pur conoscendo la possibilità del virtuale) non disdegna una vita anche o ancora analogica. La soluzione è una soltanto: ripercorrere la lingua italiana attraverso i grandi della letteratura italiana, farne un compito quotidiano, non per istruirci, per parafrasare Flaubert, ma per vivere!

Franco Loi, la poesia secondo me.

«Perché i Greci chiamavano la poesia il “fare”? Perché è proprio un fare: è un’opera su se stessi. Non solo si disvela il nostro essere, ma approfondisce il rapporto tra la nostra coscienza e il nostro essere.

La poesia, quindi, è una delle arti che opera sulla materia. Gli alchimisti dicevano che, se si muove una sostanza in un bicchiere, il continuo mescolare modifica le sostanze e, nello stesso tempo, trasforma anche colui che fa"Trilogia della città di K.", di Agota Kristof
"L'arte della gioia", di Goliarda Sapienza.
"Lacrime e santi", di Cioran. (Cioran tutta la vita)
"Cime tempestose", di Emily Bronte.
"La bella estate", di Cesare Pavese
"Sette anni nella vita di una donna", di Isabelle Eberhardt
"Trilogia della città di K.", di Agota Kristof
"L'arte della gioia", di Goliarda Sapienza.
"Lacrime e santi", di Cioran. (Cioran tutta la vita)
"Cime tempestose", di Emily Bronte.
"La bella estate", di Cesare Pavese
"Sette anni nella vita di una donna", di Isabelle Eberhardt.
. Questo è uno dei grandi effetti del fare artistico. Non solo si porta alla coscienza tanta parte di noi, ma si cambia noi stessi, si cambia il rapporto fra noi e la profondità di noi.» Franco Loi, “La poesia secondo me”. (Il Sole 24 Ore, pag. 19, domenica 9 agosto 2015.)

 

Glenn Cooper, Chiudere una biblioteca è crudele

"Per me, condannare una biblioteca al fallimento non è meno crudele che uccidere cuccioli di foca, e i burocrati che decidono di tagliare la loro voce dal budget sono appena un gradino sopra i cacciatori armati di mazze insanguinate. Credete che abbia un'opinione drastica in merito? Ci potete scommettere! C'è forse un modo migliore per uccidere in culla la prossima generazione di lettori, ricercatori, studiosi e sognatori? Per assicurarci l'apocalisse culturale? Un modo migliore per evidenziare la mancanza di lungimiranza della classe dirigente?"

Glenn Cooper ("La Lettura", pag. 4 - Corriere della Sera, 2015)

 

(in foto, antica biblioteca d'Alessandria)

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